Abolire il canone RAI

Un mio post per iMilleMag.

La voglia di cambiamento che ha risvegliato la nascita del nuovo Governo ha coinvolto anche il futuro della RAI; si può pensare che il dibattito non durerà all’infinito senza portare a risultati perché il Governo ha tempi stretti e certi per decidere: a marzo verrà rinnovato il consiglio di amministrazione, ed entro quel momento si dovranno prendere le decisioni importanti.

Ha aperto le danze Giorgio Gori con una lettera al Corriere della Sera, dove propone fondamentalmente due cose.

La separazione fra canali che fanno servizio pubblico e canali commerciali: è davvero necessario che il servizio pubblico sia svolto da tutti e 15 i canali della Rai? Anziché adottare una contabilità separata che discrimini attività di «servizio» e attività commerciali internamente all’offerta spalmata su tutti i canali, perché non dividere nettamente i canali preposti al servizio pubblico da quelli esplicitamente commerciali?

E una revisione del canone: la reale natura del canone, quella cioè di una tassa sul possesso del televisore, suggerisce che la riscossione ne sia affidata all’Agenzia delle entrate, cioè allo Stato. E allo Stato dovrebbe toccare il recupero dell’inaccettabile evasione di questo tributo (30% tra i privati, il 70% tra aziende e uffici), mentre alla Rai andrebbero garantite risorse certe.

Sulla immediata risposta di Saccà ha già detto tutto Luca Sofri. Più interessante l’articolo di Augusto Preta uscito su lavoce.info; fa notare che in futuro la partita si sposterà sempre più sui contenuti: La competizione per un editore televisivo, ancor più se di servizio pubblico, è oggi più che mai sui contenuti e sulla loro capacità di essere attraenti, convenienti e accessibili in ogni momento, in ogni luogo e su ogni apparato e piattaforma. (…) Su questa partita, della creatività e della qualità, e non su altre volte a creare giardini chiusi e ostacoli all’accesso, dove sono state consumate troppe energie e risorse, si gioca adesso il futuro della Rai.

Roger Abravanel, ancora sul Corriere, punta più sulla governance: Un nuovo modello di governance per la Rai potrebbe ispirarsi a quello della BBBC (…) Non conta l’equilibrio politico, ma la qualità del prodotto televisivo, che viene controllata dalla fondazione BBC Trust.

L’altra condizione per avere una Rai più vicina al «modello BBC» è il deciso recupero dell’evasione del canone, perfettamente in linea con uno dei credo di fondo di Mario Monti, quello di far pagare le tasse agli italiani: contando su maggiori risorse, la Rai sarebbe meno dipendente dalla pubblicità e meno ossessionata dall’audience.

Punto che trova in sintonia Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità garante per le comunicazioni, ”In passato è stata anche una mia proposta ma oggi non so se convenga dividerla in due; quello che conta è che la governance della Rai non sia in mano ai partiti”.

Non manca il parere dell’ottimo Piero Angela: “delegare il ruolo di servizio pubblico a Rai 3 significherebbe affondare il ruolo che la Rai, intesa come servizio pubblico, dovrebbe svolgere. (…) Il risultato finale sarebbe probabilmente quello di dirottare, di fatto, la grande platea del pubblico sulle reti di intrattenimento, cioè di allontanare proprio quel pubblico che avrebbe maggiormente bisogno di «imbattersi» in programmi di conoscenza.”

Questi interventi spostano il tiro verso la qualità dei contenuti e la funzione educativa della TV pubblica, ma non portano obiezioni sostanziali alla proposta di dividere in due l’azienda. Nel sistema televisivo attuale qualità e pubblicità non fanno rima ed un cambio radicale di orientamento dei gestori della televisione pubblica è difficilmente raggiungibile. La proprietà pubblica della RAI garantisce ai governanti il controllo di una grossa fetta dell’informazione nazionale; anche senza considerare le altre rendite che derivano dal controllo pubblico, non si può prevedere un passo indietro volontario.

Per ottenere un miglioramento della qualità dei contenuti c’è un unico modo: allontanare la politica. E lo si può fare solo rendendo meno importante la presenza della TV pubblica ovvero mettendone in vendita una parte, possibilmente quella con maggiore audience. Quindi ben venga la separazione in due aziende distinte proposta da Gori, ma chiarendo che deve essere solo il primo passo per la privatizzazione della parte commerciale visto che non è possibile ritenere compito dello Stato competere sul mercato televisivo. La parte che rimarrà di servizio pubblico avrà così l’occasione di ripensare completamente strategie e palinsesti e di occupare la nicchia, oggi scoperta, dei contenuti di qualità.

Diventare una TV non commerciale non significa rinunciare ad essere vista, ci sono programmi con grande audience, come certo sport (le nazionali, ad esempio) l’approfondimento politico o i film, che dovranno rimanere nella televisione pubblica, e potranno fare da traino. Già negli ultimi anni si sono fatti ascolti inaspettati con “esperimenti”, considerati suicidi, di opera lirica, documentari, teatro; insistendo su questa linea possono arrivare dati di ascolto oggi insperati. Non sarà neanche necessario rinunciare completamente alla pubblicità, l’importante è che non spezzi più la visione ma trovi il suo spazio in testa e in coda ai programmi.

Ovviamente tale vendita deve essere fatta in condizioni di mercato diverso dall’attuale; non si può pensare che i canali commerciali vengano comprati da un soggetto già presente. Già la sola La7 ha vivacizzato il panorama; un ulteriore aumento della concorrenza non potrà che portare ulteriori miglioramenti.

È questa l’occasione per fare, finalmente, delle leggi sulla concentrazione dei media e sulla raccolta pubblicitaria che intervengano su un settore oggettivamente distorto, ponendo le basi per la nascita di un vero pluralismo di mercato anche nel settore televisivo.

A quel punto le reti che rimarranno di puro servizio pubblico potranno ragionevolmente essere finanziate direttamente dallo Stato, e verrà quasi naturale abolire il canone; mossa che permetterà di eliminare l’attuale incertezza degli introiti e di superare il problema dell’evasione, diventando anche un premio per quella minoranza di cittadini onesti che da sempre paga anche questa anacronistica tassa sui televisori.

 

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