Avere le visioni

Per luminosigiorni.

Ne ho accennato nel post precedente, ma mi sembra il caso di approfondire questo punto. Il dibattito politico dell’ultimo ventennio è stato molto poco “visionario”; ci sono mille difficoltà nel gestire il quotidiano o l’emergenza, e la nostra classe politica non riesce ad alzare lo sguardo oltre il proprio naso. Non molto tempo indietro sarebbe anche stato elaborato un piano strategico per la città, ma questo non ha avuto conseguenze né nel determinare l’agenda politica né nel diventare un riferimento per le decisioni prese a seguire, come giustamente faceva notare Carlo.

Questa mancanza di visione ha fatto si che i problemi si siano aggravati e la gestione del quotidiano sia diventata sempre più complessa; per uscirne bisogna ridare centralità alla visione, al progetto, ricreare quello scheletro attorno al quale costruire tutta la pianificazione successiva.

Anche il recente PAT, malgrado il discreto dibattito suscitato, è stata un’occasione “sprecata” perché si è incentrato più sugli aspetti urbanistici che su una visione complessiva e soprattutto si è limitato a fotografare l’esistente senza provare a elaborare una visione innovativa. L’ennesima conferma che la visione dovrebbe essere affidata alla Politica e non ai tecnici, Politica nel senso più nobile, di governo della Polis ed espressione ultima dei desideri del cittadino. Ma conferma anche che l’attuale classe politica non riesce a elevarsi al di sopra dei tecnici, anzi scompare al confronto.

Il PAT (semplificando) è passato dal concetto di città bipolare a quella multipolare, ma questo è ancora un passaggio insufficiente, serve un ulteriore balzo in avanti per riaffermare che Venezia è una città estesa e omogenea (anche se non adesso, per ora è diffusa), concetto che è timidamente presente nel dibattito cittadino ma per ora non è stato compreso dai Veneziani.

La città deve essere vissuta, usata nel suo complesso, senza cercare di ricreare una serie di diverse città con al loro interno tutte le funzioni necessarie, la città diffusa va quindi pensata come un tutto unico in cui vivere da cittadini, e a mio avviso chiave di volta è la mobilità o meglio il riassetto completo della stessa nei mezzi, nei modi, nei luoghi e nei tempi.

E, aggiungo, un città diffusa tenuta insieme da un collante straordinario qual è l’acqua, la laguna; una città che guarda all’esterno, alle vicine Padova e Treviso, Veneto City, la PATREVE di cui si già si parlava anni fa; tre città che si possono considerare, in prospettiva, un’unica area metropolitana inserita in un contesto di Euroregione del nord-est, allargata fino a Carinzia, Slovenia e Croazia.

Dobbiamo partire da una visione ampia e da questa far discendere tutti i passi successivi di una medesima elaborazione. Elevare il dibattito cittadino, da terrazza al Fontego o licenze dei taxi, a una prospettiva della Venezia che si vuole costruire nei prossimi vent’ anni.

La risposta data dalla destra alla globalizzazione, alla caduta del muro del Berlino, ai cambiamenti mondiali degli ultimi 20 anni, è stata la chiusura, il rifiuto del diverso, il ritorno al campanile, con l’aggravante di una esasperazione dell’egocentrismo, anche in politica. una scelta vincente sul piano elettorale, ma perdente sul lungo periodo per i cittadini.

Chi non si riconosce in questa destra deve dare la risposta opposta; spingere per l’apertura e l’accettazione dell’altro; e iniziare a farlo dal nostro giardinetto. Per questo i concetti di città diffusa, città metropolitana, devono essere centrali nella discussione sul futuro di Venezia..

Unione ed inclusione, delle diverse anime della città, di tutte le municipalità, dei cittadini, di Venezia con le città e regioni che la circondano. Solo con un messaggio molto forte di unità si potrà pensare di proporre Venezia come città trainante di una evoluzione del Veneto, del Nord est; proporre Venezia come fulcro attorno a cui far crescere gli interessi di tutta l’area.

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