Che futuro per il palazzo del cinema del Lido?

Cosa manca oggi alla Mostra internazionale di arte cinematografica del Lido di Venezia?

Apparentemente niente, o poco. Come prestigio è una delle tre più importanti del mondo, insieme a Cannes e Berlino. Ha una eco formidabile sui media di tutto il mondo e riesce ad attrarre ogni anno anteprime di film importanti che cercano il lancio sui mercati internazionali. Continua a leggere Che futuro per il palazzo del cinema del Lido?

Abolire il canone RAI

Un mio post per iMilleMag.

La voglia di cambiamento che ha risvegliato la nascita del nuovo Governo ha coinvolto anche il futuro della RAI; si può pensare che il dibattito non durerà all’infinito senza portare a risultati perché il Governo ha tempi stretti e certi per decidere: a marzo verrà rinnovato il consiglio di amministrazione, ed entro quel momento si dovranno prendere le decisioni importanti.

Ha aperto le danze Giorgio Gori con una lettera al Corriere della Sera, dove propone fondamentalmente due cose.

La separazione fra canali che fanno servizio pubblico e canali commerciali: è davvero necessario che il servizio pubblico sia svolto da tutti e 15 i canali della Rai? Anziché adottare una contabilità separata che discrimini attività di «servizio» e attività commerciali internamente all’offerta spalmata su tutti i canali, perché non dividere nettamente i canali preposti al servizio pubblico da quelli esplicitamente commerciali?

E una revisione del canone: la reale natura del canone, quella cioè di una tassa sul possesso del televisore, suggerisce che la riscossione ne sia affidata all’Agenzia delle entrate, cioè allo Stato. E allo Stato dovrebbe toccare il recupero dell’inaccettabile evasione di questo tributo (30% tra i privati, il 70% tra aziende e uffici), mentre alla Rai andrebbero garantite risorse certe.

Sulla immediata risposta di Saccà ha già detto tutto Luca Sofri. Più interessante l’articolo di Augusto Preta uscito su lavoce.info; fa notare che in futuro la partita si sposterà sempre più sui contenuti: La competizione per un editore televisivo, ancor più se di servizio pubblico, è oggi più che mai sui contenuti e sulla loro capacità di essere attraenti, convenienti e accessibili in ogni momento, in ogni luogo e su ogni apparato e piattaforma. (…) Su questa partita, della creatività e della qualità, e non su altre volte a creare giardini chiusi e ostacoli all’accesso, dove sono state consumate troppe energie e risorse, si gioca adesso il futuro della Rai.

Roger Abravanel, ancora sul Corriere, punta più sulla governance: Un nuovo modello di governance per la Rai potrebbe ispirarsi a quello della BBBC (…) Non conta l’equilibrio politico, ma la qualità del prodotto televisivo, che viene controllata dalla fondazione BBC Trust.

L’altra condizione per avere una Rai più vicina al «modello BBC» è il deciso recupero dell’evasione del canone, perfettamente in linea con uno dei credo di fondo di Mario Monti, quello di far pagare le tasse agli italiani: contando su maggiori risorse, la Rai sarebbe meno dipendente dalla pubblicità e meno ossessionata dall’audience.

Punto che trova in sintonia Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità garante per le comunicazioni, ”In passato è stata anche una mia proposta ma oggi non so se convenga dividerla in due; quello che conta è che la governance della Rai non sia in mano ai partiti”.

Non manca il parere dell’ottimo Piero Angela: “delegare il ruolo di servizio pubblico a Rai 3 significherebbe affondare il ruolo che la Rai, intesa come servizio pubblico, dovrebbe svolgere. (…) Il risultato finale sarebbe probabilmente quello di dirottare, di fatto, la grande platea del pubblico sulle reti di intrattenimento, cioè di allontanare proprio quel pubblico che avrebbe maggiormente bisogno di «imbattersi» in programmi di conoscenza.”

Questi interventi spostano il tiro verso la qualità dei contenuti e la funzione educativa della TV pubblica, ma non portano obiezioni sostanziali alla proposta di dividere in due l’azienda. Nel sistema televisivo attuale qualità e pubblicità non fanno rima ed un cambio radicale di orientamento dei gestori della televisione pubblica è difficilmente raggiungibile. La proprietà pubblica della RAI garantisce ai governanti il controllo di una grossa fetta dell’informazione nazionale; anche senza considerare le altre rendite che derivano dal controllo pubblico, non si può prevedere un passo indietro volontario.

Per ottenere un miglioramento della qualità dei contenuti c’è un unico modo: allontanare la politica. E lo si può fare solo rendendo meno importante la presenza della TV pubblica ovvero mettendone in vendita una parte, possibilmente quella con maggiore audience. Quindi ben venga la separazione in due aziende distinte proposta da Gori, ma chiarendo che deve essere solo il primo passo per la privatizzazione della parte commerciale visto che non è possibile ritenere compito dello Stato competere sul mercato televisivo. La parte che rimarrà di servizio pubblico avrà così l’occasione di ripensare completamente strategie e palinsesti e di occupare la nicchia, oggi scoperta, dei contenuti di qualità.

Diventare una TV non commerciale non significa rinunciare ad essere vista, ci sono programmi con grande audience, come certo sport (le nazionali, ad esempio) l’approfondimento politico o i film, che dovranno rimanere nella televisione pubblica, e potranno fare da traino. Già negli ultimi anni si sono fatti ascolti inaspettati con “esperimenti”, considerati suicidi, di opera lirica, documentari, teatro; insistendo su questa linea possono arrivare dati di ascolto oggi insperati. Non sarà neanche necessario rinunciare completamente alla pubblicità, l’importante è che non spezzi più la visione ma trovi il suo spazio in testa e in coda ai programmi.

Ovviamente tale vendita deve essere fatta in condizioni di mercato diverso dall’attuale; non si può pensare che i canali commerciali vengano comprati da un soggetto già presente. Già la sola La7 ha vivacizzato il panorama; un ulteriore aumento della concorrenza non potrà che portare ulteriori miglioramenti.

È questa l’occasione per fare, finalmente, delle leggi sulla concentrazione dei media e sulla raccolta pubblicitaria che intervengano su un settore oggettivamente distorto, ponendo le basi per la nascita di un vero pluralismo di mercato anche nel settore televisivo.

A quel punto le reti che rimarranno di puro servizio pubblico potranno ragionevolmente essere finanziate direttamente dallo Stato, e verrà quasi naturale abolire il canone; mossa che permetterà di eliminare l’attuale incertezza degli introiti e di superare il problema dell’evasione, diventando anche un premio per quella minoranza di cittadini onesti che da sempre paga anche questa anacronistica tassa sui televisori.

 

La verità su Cinecittà

Ho scritto ancora una cosa per iMilleMag.

Cinecittà chiude? No, ma non esiste più quella che pensate voi. Gli studios oggi sono privati e stanno diventando un parco a tema.

Foto: Scott duncan

Negli ultimi tempi si è alzato un gran polverone sulla presunta prossima chiusura di Cinecittà. Questo argomento è stato anche uno dei tanti argomenti avanzati per chiedere, ed ottenere, il reintegro del FUS, i fondi per lo spettacolo che permettono l’attività del Ministero dei Beni Culturali e delle società controllate.

Come al solito il giornalismo italiano non ha chiarito né il fatto che la Cinecittà di cui si parlava non è quella che viene in mente a tutti, né quali fossero le risorse richieste e l’utilizzo che ne viene fatto. Cerchiamo di vederlo qui. Continua a leggere La verità su Cinecittà

Il FUS per il cinema. Opportunità o spreco?

Foto di m4tik

Un altro articolo sul cinema che ho scritto per iMilleMag.

Il FUS per il settore cinematografico è spesso al centro di polemiche che spaziano dai tagli che subisce ai beneficiari dei contributi. Poco importa di quali cifre si parli o di come vengano spese, meglio parlare di quella volta che venne finanziato “mutande pazze” o del premio per gli incassi a “Vacanze sul Nilo”.

Proviamo a leggere la relazione del MiBAC (Ministero dei Beni Artistici e Culturali) per il 2008. Curiosamente quella per il 2009 non è ancora pubblicata sul sito, e comunque riguarderebbe film in gran parte ancora non usciti in sala.

Prima cosa che colpisce è che si parla in totale di 91 milioni di euro, non una cifra che faccia impennare il debito pubblico. E comunque scordatevela tanto si è dimezzata. Continua a leggere Il FUS per il cinema. Opportunità o spreco?

Perché il cinema italiano fa schifo. La politica.

Foto di Peter E. Lee


Posto anche qui il mio primo articolo per iMilleMag, lì l’hanno titolato Cinema italiano. I ritardi della politica. Molto correct.

Tax credit e Tax Shelter cinematografici: un caso di buona politica, in cui si porta innovazione in maniera bipartisan, ma con i consueti risvolti negativi che non ci facciamo mai mancare.

Tax Credit e Tax Shelter hanno seguito un curioso cammino legislativo, e potrebbero essere un caso di buona politica bipartisan. Basti dire che fra i maggiori sponsor ci sono stati da una parte Rutelli e Bordon e dall’altra Carlucci e Barbareschi (!).

Le norme sono state introdotte nella finanziaria 2008 [1] dal Governo Prodi, ma erano già previste dell’articolo 1, comma 338 , della legge 244/2007 del precedente Governo Berlusconi. I decreti attuativi [2] sono arrivati nel luglio 2009, dopo il nuovo cambio di governo, e dopo che in un primo momento avevano subito il tipico taglio di Tremonti al Ministero di Bondi. Continua a leggere Perché il cinema italiano fa schifo. La politica.