La Netflix della cultura (?!)

Parlare di musica è come ballare di architettura. (F. Zappa)

Vale anche per il cinema, ma ci provo e metto anche tanti video 🙂

Come si raccontano la musica e lo spettacolo in video?

Come si mostra la “cultura” rendendola attraente per lo spettatore?

Un tema complesso a cui non c’è una risposta univoca ma su cui noi a Kublai Film stiamo lavorando fin dalla nascita.

Un percorso in cui stiamo studiando e sperimentando diverse soluzioni, tutte con una loro logica e validità, anche nella diversità.

Quello che volutamente non abbiamo approfondito è la diretta, televisiva o streaming. Ci è capitato di farne ma lo troviamo un mezzo poco versatile, non è facile fare una vera regia in diretta, si finisce con l’usare la logica della partita di calcio: inquadriamo chi ha la palla. Si mostra sempre chi sta cantando o facendo un a solo, o chi dice la battuta. Ogni tanto si stacca sul totale.

Lo spettacolo lo si riproduce ma a quale spettatore può interessare vederlo?

Secondo noi una ripresa così la si guarda solo se c’è un interesse molto forte per quello che viene riprodotto. La guardo se ho il grande cantante o il grande attore. Il regista teatrale geniale o il direttore d’orchestra più famoso del periodo.

Per capirci se una sera volete guardare un concerto sinfonico in TV (o streaming) scegliete una diretta da La Fenice o dei Berliner? O magari non preferite quella esecuzione del ’56 con Von Karajan a dirigere anche se l’audio gracchia tremendamente?

Senza nulla togliere a La Fenice, che da veneziani amiamo molto, la scelta ricadrà senza dubbio su una delle altre due possibilità.

Lo streaming in diretta funziona sull’evento eccezionale, diremmo esclusivo se non fosse diventata un epiteto, ci vuole il “Grande Nome” per attirare il pubblico, o un elemento eccezionale che comunque faccia desiderare di partecipare perché lo si ritiene un evento unico. Casi in cui la visione sincrona ha, quindi, un suo perché; sufficientemente forte da farla prevalere su quella asincrona.

Se lo streaming, infatti, non è nemmeno in diretta si perde anche quella attrattiva dovuta all’unicità dell’evento e si entra in competizione con “tutto il mondo” e qui i criteri di scelta sono unicamente due: la qualità e il marketing. Perché, sì, conta il marketing anche quando si parla di cultura. 

Per capirci, concorrente del concerto de La Fenice non è più solo il concerto dei Berliner di cui parlavamo prima: la scelta può ricadere anche su Netflix o RAI Play, o la TV o una cena con gli amici. Anche uno spettacolo dal vivo o il cinema.

Per convincere lo spettatore a guardare proprio il mio video devo dargli una motivazione forte. E lo sappiamo bene noi che abbiamo impiegato 15 anni per riuscire a far vedere per la prima volta una nostra produzione da 1 milione di persone (Tintoretto, ascolti TV: ITA, FRA, D 2019)

Lo spettatore appassionato di cultura ha una grande possibilità di scelta, anche guardando solo le produzioni strettamente culturali (non apriamo qui questo fronte ma bisognerà parlarne più a fondo di cos’è un film “culturale”).

La prima cosa che viene in mente probabilmente è il documentario, e noi abbiamo cominciato proprio con quello. Soprattutto i Biopic funzionano sempre, come questo su Goldoni del 2008 che è stato ritrasmesso dai RAI5 addirittura nel 2019 e nessuna ha detto “ma è vecchio!” malgrado un linguaggio ovviamente non avanti rispetto ai tempi.

Le biografie però si possono mettere in scena in tanti modi, da quello classico di Goldoni o anche del Tintoretto che adotta però un linguaggio molto più al passo dei tempi; ad uno più innovativo come in “Più de la vita” in cui la vita dell’artista è raccontata attraverso i propri lavori e dei reenacment fatti da se stesso.

Facendo un passo indietro nelle nostre produzioni, il primo passo verso una innovazione di linguaggio nel documentario lo abbiamo fatto con “Richard Wagner. Diario della sinfonia ritrovata” il nostro primo lavoro con Gianni Di Capua.

Come si racconta una sinfonia in video?

La si poteva mettere in scena con una orchestra, e inizialmente ci avevamo pure pensato; ma poi l’autore virò con decisione sul racconto della Venezia di quei tempi per come la visse Wagner con l’aggiunta dei diari della moglie Cosima e una intensa “lezione” sui temi wagneriani adattati per solo piano con l’esecuzione di piccoli brani per analizzarne la struttura.

Grazie a Gianni Di Capua, che ancora prima che regista è stato musicologo, l’obiettivo non era mettere in scena l’opera ma raccontarla e farla comprendere allo spettatore.

Dal Wagner sono nati altri due film con Di Capua.

Pianiparalleli in cui si mette in scena la registrazione di un disco usandola come spunto per raccontarne l’autore e gli esecutori, utilizzando quasi esclusivamente piani sequenza che seguono l’andamento delle musiche facendo entrare lo spettatore nell’esecuzione.

Zoroastro. Io, Giacomo Casanova che riprende, e porta ad un livello superiore, il linguaggio dei precedenti aggiungendo letture sceniche di Galatea Ranzi all’esecuzione di un’opera barocca di Jean Baptiste Rameau.

Dopo queste due esperienza purtroppo si è interrotto tragicamente il rapporto con Di Capua, ma non il nostro percorso di ricerca che si è allargato ad altri autori come Raffaella Rivi con Più de la vita o Giulio Boato.

Con Giulio abbiamo prodotto il nostro secondo “Film concerto”: Rivale

Anche in questo caso si parte dalla messa in scena di un’opera lirica contemporanea per farla diventare “altro”; un vero e proprio film che appassioni lo spettatore alla visione e lo conduca nell’ascolto.

Abbiamo prodotto anche riprese di spettacoli teatrali, ma anche in questo caso senza seguire la logica della diretta ma portando la telecamera dentro il palcoscenico ad esplorare gli avvenimenti e i personaggi; effetto che non si può raggiungere con una telecamera fissa e uno zoom come troppo spesso si vede in televisione. Guardate questi trailer e poi confrontateli con gli spettacoli che si vedono solitamente in TV, si nota la differenza?

Perché tutti questi ragionamenti?

In parte per raccontare la mia storia di produttore di “film culturali” ma soprattutto perché ormai da diversi mesi si sta parlando della Netflix della cultura a cui tanto si è appassionato il Ministro Franceschini; per ora sappiamo solo che avrà un investimento iniziale di 10 milioni di euro.

Sono tanti soldi ma basteranno?

Chili ne ha investito almeno cento da quello che si sa pubblicamente. Netflix svariate decine di miliardi di dollari. oserei anche aggiungere che  quando si parla di visione della cultura il riferimento non può essere Netflix per la differenza sia di scala dell’investimento sia per il tipo di pubblico di riferimento. Se si vuole diventare un riferimento globale i 10 milioni serviranno a stento per l’avviamento iniziale e poi si dovrà pensare ad aprire a nuovi soci che investano pesantemente, possibilmente non la solita cassa depositi e Prestiti che finanzia tutte le mission impossible delle aziende pubbliche o parapubbliche.

Oppure si può puntare ad un modello un filino meno ambizioso ma che funzioni.

Noi abbiamo in mente medici.tv; OTT specializzato in musica classica che è subito diventato leader mondiale per lo streaming di quella specifica nicchia di mercato. Nata nel 2008 ha oggi circa 3.000 “video” disponibili per i suoi abbonati (di cui una decina nostri) e ci si può abbonare con 10 euro al mese o cento l’anno, cifra più che abbordabile per un appassionato, non solo in tempi di Lockdown:

Su Medici.tv fanno anche delle dirette ma come dicevamo prima solo in caso di eccellenze mondali: Medici.tv broadcasts hundreds of live events a year that are then available for replay. They have broadcast from Berlin PhilharmonicNew York Philharmonic, the Paris Opera and many more. Per il resto si lavora su repertori di altissima qualità sia di concerti sia di documentari.

Si tratta di un esempio, non necessariamente l’unico o il migliore, ma decisamente funzionale a spiegare il concetto chiave su cui dovrà basarsi questa Netflix della cultura; non si deve assolutamente puntare esclusivamente su dirette o registrazioni di spettacoli dal vivo, e nemmeno sulla quantità dell’offerta, ma solo ed esclusivamente sulla qualità dei contenuti e la loro unicità.

Poi ci sarebbe anche il tema dei costi sostenuti da chi realizza questi contenuti, o la retribuzione di chi vi partecipa; ma questo è un altro tema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *