Avere le visioni

Per luminosigiorni.

Ne ho accennato nel post precedente, ma mi sembra il caso di approfondire questo punto. Il dibattito politico dell’ultimo ventennio è stato molto poco “visionario”; ci sono mille difficoltà nel gestire il quotidiano o l’emergenza, e la nostra classe politica non riesce ad alzare lo sguardo oltre il proprio naso. Non molto tempo indietro sarebbe anche stato elaborato un piano strategico per la città, ma questo non ha avuto conseguenze né nel determinare l’agenda politica né nel diventare un riferimento per le decisioni prese a seguire, come giustamente faceva notare Carlo. Continua a leggere Avere le visioni

Alla ricerca dell’etica perduta

Oggi Venezia appare, a molti, una città in crisi di identità, in balìa dei propri problemi e che non riesce a decidere cosa vuole fare in futuro. Non si vedono segnali di una inversione di tendenza ma il persistere di problemi che fanno perdere migliaia di residenti all’anno, svendere proprietà comunali per salvare il bilancio ogni dicembre, cedere zone della città all’abusivismo e via discorrendo.

Uscire da una situazione simile non sarà facile e nemmeno veloce, ci vorranno anni per risolvere i problemi, e non lo si farà con la bacchetta magica, servirà un lungo periodo di buongoverno. Ma per governare bene è indispensabile che la classe dirigente scopra che esiste una cosa che si chiama etica.

Si deve dare centralità all’etica, ai valori morali, alla legalità nel senso più ampio che si possa dare a questi valori inconsueti.

Una classe politica che non ha valori non è in grado di trasmettere il rispetto verso la città ai cittadini e ai turisti; per prima cosa bisogna quindi recuperare i valori portanti, da qui seguirà la possibilità di “governare bene”. È prioritario eliminare l’intreccio di interessi che adesso coinvolge amministratori e amministrati, a partire dalla gestione del Comune e delle aziende municipalizzate e proseguendo con tutte le lobby e i potentati economici che sempre più peso hanno nelle decisioni della Giunta a discapito del “bene di tutti”.

Riscoprire i valori, l’etica, vuol dire non tollerare più l’abusivismo anche, e soprattutto, plateatici selvatici o ricettività turistica sommersa. E vuol dire non ritenere più un metodo normale assumere parenti e sodali nelle municipalizzate, affidare con chiamata diretta lavori a società di esponenti politici, scrivere bandi su misura, concedere cambi di destinazione d’uso per un piatto di lenticchie. Mi fermo ma potete continuare voi la lista nei commenti; in pratica si deve finire di considerare legittimo il governare la cosa pubblica avendo come obiettivo arrivare a sera o, peggio, il piccolo interesse personale.

Solo una classe dirigente, una città, che decida di basarsi su nuovi princìpi potrà cominciare ad occuparsi del futuro della città e dei cittadini; ad esempio potrà affrontare il grande problema della residenzialità, magari creando le condizioni per il ricorso al Social Housing oggi nemmeno considerato perché non supportato da interessi economici. Oppure governare i flussi turistici, eliminare abusi e irregolarità che invece vengono regolarmente tollerati o sanati, progettare interventi di ampio respiro che diano una identità alla città e non limitarsi a gestire il quotidiano. La mancanza di una identità che proietti la città nel futuro con degli obiettivi lascia sempre più spazio alla monocultura turistica; non che il turismo sia un male in sé, anzi il futuro di Venezia non può prescinderne, ma oggi si è imposto il turismo mordi e fuggi che sta inesorabilmente erodendo la qualità dell’offerta, e i posti di lavoro qualificati.

Credo, o forse spero, che i tempi siano maturi per una svolta; anche perché più il tempo passa più diventa complesso impostare il cambiamento.

Abolire il canone RAI

Un mio post per iMilleMag.

La voglia di cambiamento che ha risvegliato la nascita del nuovo Governo ha coinvolto anche il futuro della RAI; si può pensare che il dibattito non durerà all’infinito senza portare a risultati perché il Governo ha tempi stretti e certi per decidere: a marzo verrà rinnovato il consiglio di amministrazione, ed entro quel momento si dovranno prendere le decisioni importanti.

Ha aperto le danze Giorgio Gori con una lettera al Corriere della Sera, dove propone fondamentalmente due cose.

La separazione fra canali che fanno servizio pubblico e canali commerciali: è davvero necessario che il servizio pubblico sia svolto da tutti e 15 i canali della Rai? Anziché adottare una contabilità separata che discrimini attività di «servizio» e attività commerciali internamente all’offerta spalmata su tutti i canali, perché non dividere nettamente i canali preposti al servizio pubblico da quelli esplicitamente commerciali?

E una revisione del canone: la reale natura del canone, quella cioè di una tassa sul possesso del televisore, suggerisce che la riscossione ne sia affidata all’Agenzia delle entrate, cioè allo Stato. E allo Stato dovrebbe toccare il recupero dell’inaccettabile evasione di questo tributo (30% tra i privati, il 70% tra aziende e uffici), mentre alla Rai andrebbero garantite risorse certe.

Sulla immediata risposta di Saccà ha già detto tutto Luca Sofri. Più interessante l’articolo di Augusto Preta uscito su lavoce.info; fa notare che in futuro la partita si sposterà sempre più sui contenuti: La competizione per un editore televisivo, ancor più se di servizio pubblico, è oggi più che mai sui contenuti e sulla loro capacità di essere attraenti, convenienti e accessibili in ogni momento, in ogni luogo e su ogni apparato e piattaforma. (…) Su questa partita, della creatività e della qualità, e non su altre volte a creare giardini chiusi e ostacoli all’accesso, dove sono state consumate troppe energie e risorse, si gioca adesso il futuro della Rai.

Roger Abravanel, ancora sul Corriere, punta più sulla governance: Un nuovo modello di governance per la Rai potrebbe ispirarsi a quello della BBBC (…) Non conta l’equilibrio politico, ma la qualità del prodotto televisivo, che viene controllata dalla fondazione BBC Trust.

L’altra condizione per avere una Rai più vicina al «modello BBC» è il deciso recupero dell’evasione del canone, perfettamente in linea con uno dei credo di fondo di Mario Monti, quello di far pagare le tasse agli italiani: contando su maggiori risorse, la Rai sarebbe meno dipendente dalla pubblicità e meno ossessionata dall’audience.

Punto che trova in sintonia Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità garante per le comunicazioni, ”In passato è stata anche una mia proposta ma oggi non so se convenga dividerla in due; quello che conta è che la governance della Rai non sia in mano ai partiti”.

Non manca il parere dell’ottimo Piero Angela: “delegare il ruolo di servizio pubblico a Rai 3 significherebbe affondare il ruolo che la Rai, intesa come servizio pubblico, dovrebbe svolgere. (…) Il risultato finale sarebbe probabilmente quello di dirottare, di fatto, la grande platea del pubblico sulle reti di intrattenimento, cioè di allontanare proprio quel pubblico che avrebbe maggiormente bisogno di «imbattersi» in programmi di conoscenza.”

Questi interventi spostano il tiro verso la qualità dei contenuti e la funzione educativa della TV pubblica, ma non portano obiezioni sostanziali alla proposta di dividere in due l’azienda. Nel sistema televisivo attuale qualità e pubblicità non fanno rima ed un cambio radicale di orientamento dei gestori della televisione pubblica è difficilmente raggiungibile. La proprietà pubblica della RAI garantisce ai governanti il controllo di una grossa fetta dell’informazione nazionale; anche senza considerare le altre rendite che derivano dal controllo pubblico, non si può prevedere un passo indietro volontario.

Per ottenere un miglioramento della qualità dei contenuti c’è un unico modo: allontanare la politica. E lo si può fare solo rendendo meno importante la presenza della TV pubblica ovvero mettendone in vendita una parte, possibilmente quella con maggiore audience. Quindi ben venga la separazione in due aziende distinte proposta da Gori, ma chiarendo che deve essere solo il primo passo per la privatizzazione della parte commerciale visto che non è possibile ritenere compito dello Stato competere sul mercato televisivo. La parte che rimarrà di servizio pubblico avrà così l’occasione di ripensare completamente strategie e palinsesti e di occupare la nicchia, oggi scoperta, dei contenuti di qualità.

Diventare una TV non commerciale non significa rinunciare ad essere vista, ci sono programmi con grande audience, come certo sport (le nazionali, ad esempio) l’approfondimento politico o i film, che dovranno rimanere nella televisione pubblica, e potranno fare da traino. Già negli ultimi anni si sono fatti ascolti inaspettati con “esperimenti”, considerati suicidi, di opera lirica, documentari, teatro; insistendo su questa linea possono arrivare dati di ascolto oggi insperati. Non sarà neanche necessario rinunciare completamente alla pubblicità, l’importante è che non spezzi più la visione ma trovi il suo spazio in testa e in coda ai programmi.

Ovviamente tale vendita deve essere fatta in condizioni di mercato diverso dall’attuale; non si può pensare che i canali commerciali vengano comprati da un soggetto già presente. Già la sola La7 ha vivacizzato il panorama; un ulteriore aumento della concorrenza non potrà che portare ulteriori miglioramenti.

È questa l’occasione per fare, finalmente, delle leggi sulla concentrazione dei media e sulla raccolta pubblicitaria che intervengano su un settore oggettivamente distorto, ponendo le basi per la nascita di un vero pluralismo di mercato anche nel settore televisivo.

A quel punto le reti che rimarranno di puro servizio pubblico potranno ragionevolmente essere finanziate direttamente dallo Stato, e verrà quasi naturale abolire il canone; mossa che permetterà di eliminare l’attuale incertezza degli introiti e di superare il problema dell’evasione, diventando anche un premio per quella minoranza di cittadini onesti che da sempre paga anche questa anacronistica tassa sui televisori.

 

Libertà di start up

Io con le startup ho già dato, ma ho dato volentieri una mano a scrivere questa lettera agli amici di srl facile e la pubblico anche qui a casa mia.

Lettera Aperta al Governo Monti

Ultimamente si parla molto di innovazione, di cambiamento e di produttività come basi per rilanciare l’Italia. Troppo spesso, però, si tratta solo di annunci a cui non seguono fatti.

L’Italia è sempre meno competitiva sul piano industriale ed è scesa all’87esimo posto nella classifica della “facilità” di fare business. Serve un’inversione di tendenza subito, altrimenti i giovani italiani continueranno a dover emigrare per cercare soddisfazioni sul lavoro, e l’Italia si impoverirà ancora più in fretta.

Quello che noi chiediamo è un passo legislativo semplice, economico, equo, e soprattutto concreto per favorire la nascita e lo sviluppo delle startup in Italia con tutte le potenziali ricadute positive per l’economia nazionale.

Proponiamo:

  • Un costo di costituzione della SrL di un centinaio di Euro – più bassa è la cifra, meglio è.

  • Una riduzione drastica della burocrazia coinvolta – l’operazione dovrebbe essere fattibile via web in poche ore e non dovrebbe essere obbligatorio il coinvolgimento di altre figure professionali.

  • L’eliminazione del capitale sociale.

Il costo della costituzione di una SrL deve essere una cifra bassa che non crei ostacoli per nessuno, non un insieme di tasse e spese obbligatorie (notaio, commercialista, ecc…) che al momento supera largamente i 3.000 euro.  Se poi si vuole scegliere di chiedere l’aiuto di uno o più professionisti, sicuramente si farà meglio, ma deve rimanere una libertà di scelta, non un’imposizione.

Per ridurre la burocrazia e la modulistica, proponiamo di estendere le potenzialità di strumenti già esistenti, come per esempio Telemaco, il sistema che permette di eseguire alcune operazioni con le Camere di Commercio senza bisogno di pratiche cartacee o intermediari.

Crediamo inoltre che il “capitale sociale” obbligatorio dovrebbe essere eliminato per le Srl, essendo, al giorno d’oggi, uno strumento largamente superato. Infatti, 10.000 euro non offrono concrete garanzie a creditori o lavoratori, ma rappresentano spesso una barriera insormontabile per chi non dispone di molti soldi.

Sappiamo che esistono forme societarie più semplici, ma le Società in nome collettivo (Snc) e le Società in accomandita semplice (Sas) sono pensate per una attività di famiglia, non per entità commerciali capaci di ricevere investimenti, vendere quote, e crescere per diventare realtà che vadano oltre un gruppo molto ristretto di persone.

Tabella 1. Comparativa dei costi per l’apertura di una Srl in Italia e negli Stati Uniti d’America.

Le semplificationi e facilitazioni qui proposte non sono un’utopia. Rispecchiano semplicemente la realtà che esiste già da tempo in altri paesi. In alcuni stati degli USA creare una Limited Liability Company (LLC) costa solo 100 dollari, ed è tutto fattibile via web (https://secure.sos.state.or.us/ABNWeb/). I prezzi sono simili in Inghilterra, e anche Germania e Francia si stanno muovendo in questa direzione: i primi hanno creato la forma aziendale “UG” per le nuove aziende e i secondi hanno eliminato il capitale sociale minimo.

Crediamo che ridurre il costo della costituzione di una SrL contribuisca a creare un paese più equo. Costituire un’azienda non è certo un passo difficile per le persone benestanti, ma per le persone meno abbienti, le cifre in gioco diventano molto rilevanti e difficili da spendere in qualcosa di intangibile.  Se guardiamo i costi di costituzione della Srl rispetto a una mensalità delle entrate del nucleo familiare medio, vediamo che sono cifre molto difficili da sostenere per la famiglia media:

Tabella 2. Comparativa dei costi di costituzione di una Srl negli Stati Uniti d’America e in Italia. Il costo è espresso in termini di mensilità media per unità familiare.

In Italia, invece, chiedendo cifre così alte si ottiene il risultato di bloccare la nascita di nuove aziende, contribuendo alla stagnazione dell’economia aziendale nazionale. All’estero nascono migliaia di imprese lanciate da ragazzi e ragazze neolaureati, che non hanno alcun capitale alle spalle, ma solo una buona idea e capacità e competenze tecniche.

Creare un nuovo business non è mai facile – anzi! Tuttavia, chiedere di spendere migliaia di euro solo per ottenere la base legale su cui appoggiare i propri affari (senza contare i costi aggiuntivi che arrivano prima che l’azienda sia avviata come le spese previdenziali e gli anticipi IVA) è una buona ricetta per fare in modo che non nascano nuove imprese.

Costituire una azienda per sviluppare una buona idea commerciale dovrebbe essere una opportunità alla portata di tutti nella società italiana. Promuovere l’imprenditoria rendendola economicamente possibile è una ricchezza culturale e sociale a cui l’Italia non puo’ e non deve più rinunciare.

Abbassare le barriere di accesso all’attività imprenditoriale non significa in alcun modo eliminare o rilassare i controlli nè tanto meno promuovere attività non produttive. Poter aprire facilmente una Srl significa permettere ai giovani di verificare in modo veloce ed efficiente la bontà dell’idea imprediditoriale. Sarà poi il mercato a decidere se questa meriti di svilupparsi, supportata da una realtà aziendale capace di maturare. Analogamente, la possibilità di controllare la legalità della condotta societaria non è intaccata dalla semplificazione delle procedure per la creazione di una Srl.

Al giorno d’oggi, per creare una startup che operi sul web, o crea applicazioni per dispositivi “mobile”, gli investimenti sono minimi (tab. 1). Spesso, una scrivania e un computer sono sufficienti per far nascere realtà che, una volta consolidate, potrebbero dare lavoro a centinaia di persone. Non siamo più negli anni ‘70, quando gli impianti produttivi rappresentavano il costo principale, enormemente maggiore del costo di costituzione della società, che diventava così irrilevante.

Mentre è vero che molti imprenditori – ma, purtroppo, sempre di meno – “ce la fanno comunque”, la sfida della competitività si vince soprattutto pensando alle aziende non nate, come diceva già Federic Bastiat in “quello che si vede e quello che non si vede”.  Quanti giovani hanno detto, davanti a questi ostacoli, “dai, meglio andare a lavorare con mio padre”, o “troppo difficile creare qualcosa di mio, accetto l’offerta di lavoro” oppure “in Italia non ce la farò, vado in Inghilterra”.  Chissà quante ipotetiche Apple, Facebook e Google italiane sarebbero potute nascere.

In Italia non mancano le competenze, non mancano le persone esperte in tanti campi, non manca la volontà di lavorare, ma sono necessari dei cambiamenti importanti per sprigionare il talento e trasformarlo in innovazione, produttività e una società migliore per tutti i cittadini.

Firmato,

Il Gruppo SrlFacile – http://www.srlfacile.org

Stuco e pitura

Rieccomi su LuminosiGiorni

Foto: Ksushetta
Foto: Ksushetta

Nei giorni scorsi è partita la tanto sbandierata “rivoluzione” dei trasporti veneziani. L’ACTV ha presentato i cambiamenti con grande enfasi, prospettando decisi miglioramenti per noi utenti.

Ma in cosa consiste questa rivoluzione? Stringendo molto, nel cambio di numerazione delle linee di navigazione e in una diversa gestione degli accessi ad alcuni pontili. Novità forse positive, forse. Ma non certo rivoluzionarie.

Per quanto riguarda la navigazione non si ricorda a memoria d’uomo una vera novità che abbia portato un diverso approccio nei confronti dei bisogni dei cittadini. Anzi, una ci sarebbe anche stata, ma ha avuto vita breve. Intendo la nascita della linea 61/62 come collegamento veloce fra il Lido e piazzale Roma; idea intelligente ma rapidamente snaturata dall’aggiunta di fermate inizialmente non previste, ultima la pressoché inutilizzata Santo Spirito. Fermate che l’hanno resa più lenta del 51/52.

Quello della velocità degli spostamenti dovrebbe essere un punto fondamentale nelle politiche dell’ACTV, considerato il numero sempre maggiore di posti di lavoro che si spostano in terraferma.

L’altro grande problema che l’ACTV non si decide ad affrontare è quello della certezza della mobilità; l’articolo 16 della Costituzione recita che lo Stato garantisce che i cittadini possono «circolare liberamente in qualsiasi parte del territorio italiano», cosa che purtroppo i vaporetti non garantiscono, soprattutto nei confronti dei più deboli. Troppe volte si vedono disabili o bimbi in carrozzina restare a terra perché i vaporetti sono affollati all’inverosimile.

Per affrontare e risolvere questi due problemi non è sufficiente chiamare trasformare il 51 in 5.1 o il DM in 3. Si dovrebbe cancellare l’attuale pianificazione e ripensarla da zero, invece qui funziona la logica degli aggiustamenti all’esistente. Come si dice “stuco e pitura fa bea figura”; ma qui gli strati di stucco si stanno sommando da decenni e non riescono più a nascondere i problemi.

Le variazioni attuali sembrano più una mossa per far vedere che il cambiamento è in atto e che il riassetto in ambito societario sta dando i suoi frutti; ma per ora non sembrano frutti che portano benefici a noi cittadini.

Non c’è spazio per entrare nel merito di tutte le esigenze urgenti. Ma almeno una mi preme sottolinearla, visto che in questi giorni è un argomento molto caldo. È fondamentale, e non rinviabile, mettere mano ai collegamenti sia per l’ospedale all’Angelo sia per il Civile ci sono enormi problemi di raggiungibilità, e qui si ostacola anche il diritto alla Sanità.

Pochi, maledetti e subito

Altro articoletto per Luminosi Giorni.

Puntuale come l’actv, arriva anche quest’anno la notizia che il Comune intende privatizzare il Casinò; da anni sembra che sia una opzione considerata favorevolmente da tutte le parti politiche.

Ne avevo già scritto un paio di anni fa quando lo proponeva Cacciari e la cosa era stata ventilata in campagna elettorale sia da Brunetta, anche se in una forma alquanto bizzarra; sia, a denti stretti, dallo stesso Orsoni che aveva parlato a più riprese di ridurre il numero di società gestite in prima persona dal Comune pur senza citare direttamente il casinò. Continua a leggere Pochi, maledetti e subito