Suicidio politico

Negli scorsi mesi abbiamo assistito al suicidio politico di Felice Casson, e con lui del PD cittadino.
Hanno condotto una campagna nel modo peggiore possibile arrivando al ballottaggio con un vantaggio molto più ridotto di quanto si potesse immaginare, e neanche dopo quell’enorme campanello d’allarme sono riusciti a cambiare passo.
Ricordiamoci che i sondaggi a disposizione dello staff di Casson facevano sperare addirittura ad una vittoria al primo turno e che a metà marzo Brugnaro era quasi un perfetto sconosciuto per la città. Poi lo sfidante ha investito cifre irraggiungibili; ma per limitare le perdite non sarebbero servite risorse economiche, sarebbero bastate le idee.
La faccio breve, ma sugli errori di comunicazione si potrebbe scrivere una enciclopedia.
Casson ha fatto una campagna con due gravi errori di fondo.
Ha parlato solo al proprio mondo, solo al suo elettorato consolidato. Andando con l’accetta, si è preoccupato solo di trattenere i voti della sinistrasinistra, dei NOgrandinavi, degli attivisti di partiti e movimenti a lui vicini, dei famigerati radical chic. Ha parlato pochissimo, quasi niente, agli altri elettori.
Tanti incontri al chiuso su temi importanti ma non popolari, poco contatto con le persone e sempre con a fianco le stesse poche persone, ottime per carità, ma che parlavano sempre allo stesso mondo. Cosa che è risultata vincente alle primarie dove l’obiettivo non è convincere gli elettori a votarti ma portare i propri fan ai seggi, ma non poteva funzionare per le elezioni vere.
E ha condotto la campagna da vincitore annunciato, in stile Bersani 2013. Rifiuto dei confronti al primo turno, anche se a qualcuno ha partecipato l’impressione generale era quella; attenzione a non fare nessuna dichiarazione che gli facesse perdere un solo voto ma rinunciando così anche a conquistarne di nuovi.
In più la linea comunicativa è stata costruita sulla sua personalità. Per carità un tipo di persona che a me piace, che fa ragionamenti articolati e non cerca mai la soluzione facile, non si lascia andare allo slogan o alla battuta. Ma, appunto, piace a me ma io non sono rappresentativo dell’elettorato.
La comunicazione dovrebbe servire anche a compensare i limiti caratteriali di una persona e soprattutto a cercare di raggiungere e colpire un pubblico che vada oltre la propria sfera di attrazione personale.
Risultato, il minor numero di voti mai presi dal centro sinistra a Venezia, anche se c’è da dire che il centro si è schierato con Brugnaro tranne pochi soggetti ininfluenti.
Se a questo aggiungiamo alcuni errori clamorosi il flop si spiega facilmente.
La candidatura di Pellicani come capolista avrebbe potuto anche avere un senso come segnale di apertura, ma doveva essere preparata e annunciata meglio. L’unico risultato ottenuto è stata una insurrezione dei sostenitori con la retromarcia di rimettere capolista anche Pelizzato invece che essere l’auspicato segnale di rivolgersi anche ad elettori diversi.
Allo stesso modo l’ingresso nella coalizione di Venezia Popolare ha causato parecchi maldipancia e di sicuro ha fatto perdere più voti dello zerovirgola che ha preso quella lista improponibile; soprattutto perché ha allontanato o demotivato alcuni sostenitori.
E fin qui Casson.
Ma vogliamo dire qualcosa anche sul Partito Democratico?
Loro la campagna non l’hanno sbagliata, non hanno nemmeno provato a farla. Forse per la coscienza sporca, hanno rinunciato a dire che anche il PD si presentava alle elezioni, con il risultato di farsi cannibalizzare dalla lista Casson e diventare il terzo “partito” della città. Con l’aggravante di aver deliberatamente rinunciato ad inserire il nome del candidato Sindaco nel simbolo elettorale, cosa che da sola avrebbe potuto garantire qualche punto percentuale, e di conseguenza consiglieri, in più.
Per il ballottaggio si sono risvegliati il giovedì dopo il primo turno organizzando un po’ di banchetti, ma ormai era tardi.
Sono anche riusciti a perdere una municipalità contro avversari che si presentavano frazionati.
Come ciliegina su questa torta al rovescio sono stati individuati per la Regione due candidati perfettamente sovrapponibili, entrambi ex assessori e di area “bersaniana”, che si sono portati via i voti a vicenda riuscendo a non far eleggere neanche questa volta un veneziano.
E questo anche senza infierire sul fatto che il partito di governo non sia riuscito a costruire negli anni, o almeno dopo il 4 giugno, una visione di città e si sia limitato a presentare il consueto programma fatto assemblando una serie di buoni propositi sui singoli temi, sufficientemente vaghi da non infastidire nessuno.
Non è stato capito che la città ha vissuto queste elezioni come fossero un referendum pro o contro “il PD che ha governato gli ultimi 25 anni”. Malgrado Casson potesse essere percepito come un candidato di vera rottura non si è colta l’occasione per imprimere un deciso cambio di passo in primis dentro il partito e di conseguenza nella città. Perché non puoi affermare di volere la discontinuità senza aver fatto prima una sana autocritica sui tuoi errori palesi e riconosciuti.
Al contrario chi ci ha decisamente provato, principalmente persone vicine a Molina e Casson, è stato vissuto come un disturbatore con chiari segnali di insofferenza.
Venezia sopravviverà di certo anche a Brugnaro Sindaco e arriverà a compiere i 1600 anni, speriamo senza danni eccessivi. Bisogna accettare la sconfitta ed analizzarla a fondo, ma nell’indubbia negatività bisogna prenderla come opportunità e questa sconfitta va letta come occasione per completare il rinnovamento iniziato nel PD lo scorso 4 giugno e come inizio di un nuovo percorso politico che costruisca un progetto per la città e creai la voglia nei cittadini di vederlo realizzato.
È arrivato il momento che una nuova generazione di democratici prenda in mano il partito e l’azione politica in città; ma non si illudano che avvenga in maniera spontanea, il vecchio gruppo dirigente va mandato a casa, anche con le cattive.

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